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Draper, gli infortuni e il tempo che chiede il conto: dopo il Roland Garros uscirà dalla top 100

Dodici mesi nel tennis possono cambiare tutto. In positivo alcune volte, in negativo tante altre, ma raramente lo fanno con questa violenza. Jack Draper passa da Indian Wells e dal numero 4 del mondo a una primavera senza terra, senza partite e con un ranking che scivola via, fermato da un corpo che continua a chiedere tempo, tanto sempre di più, in un contesto di circuito e tornei che di tempo non ne concede. A nessuno. Il forfait al Roland Garros è solo l’ultimo passaggio di una sequenza che racconta molto più di una semplice rinuncia. Monte Carlo saltato, Madrid lasciata prima ancora di iniziare, Roma mai davvero presa in considerazione. Ora Parigi. Un pezzo alla volta, la stagione sulla terra è scomparsa. E con lei anche la possibilità di dare continuità a un percorso che aveva bisogno soprattutto di partite. “Il mio ginocchio sta migliorando e sono tornato ad allenarmi, ma mi è stato consigliato di non giocare”, ha spiegato Draper in un messaggio sui social. Una scelta di prudenza, inevitabile se si guarda avanti. Ma che nel presente pesa come una sconfitta senza campo, perché nel tennis non esiste pausa neutra: ogni stop si paga, sempre. E quando il tempo di questo stop si allunga, si paga due volte, con i punti che spariscono e con il ritmo che non torna più allo stesso modo. Quando il salto di qualità diventa un rischio La sensazione, ripensando al Draper di un anno fa, è che tutto fosse finalmente al posto giusto. Il titolo a Indian Wells, la finale a Madrid, la capacità di stare dentro gli scambi con continuità e di reggere fisicamente contro chiunque. Il suo tennis aveva trovato una struttura chiara: servizio pesante, dritto che faceva male, un corpo trasformato in strumento competitivo. Non era più soltanto una promessa fragile, di quelle che passano, illudono e poi si aspettano. L’inglese è un giocatore vero. Uno che poteva stare nel discorso con Jannik Sinner e Carlos Alcaraz, senza sembrare fuori posto. Il famoso terzo incomodo, quello che il tennis aspetta sempre e che finora, vuoi per un verso, vuoi per l’altro, non ha trovato.  E invece è proprio lì che qualcosa ha iniziato a incrinarsi. Perché quella crescita, così rapida e così evidente, ha avuto un costo. Il corpo ha retto fino a un certo punto, poi ha cominciato a mandare segnali sempre più frequenti. Prima il braccio, con mesi di stop e allenamenti limitati. Poi il ginocchio, che ha imposto una nuova frenata proprio nel momento in cui serviva continuità. Nel tennis moderno il problema non è solo fermarsi, è ripartire senza aver perso tutto. E Draper, in questo momento, si trova esattamente in mezzo a questo passaggio. Senza partite nelle gambe, ogni rientro diventa un’incognita. E senza risultati, la classifica scivola in fretta, riportandoti indietro, visto che Jack uscirà dalla top 100, anche quando il tuo livello reale direbbe altro. E in quel momento, forse, qualche scelta ha pesato più di altre. Il ritorno in campo allo US Open, per esempio, arrivato mentre il corpo non era ancora del tutto pronto, in coincidenza con l’annuncio di un accordo importante con Vuori. Draper vinse una partita con il qualificato Gomez e poi si fermò subito, costretto al ritiro dal trorneo prima del match con Zizou Bergs. Un episodio che, riletto oggi, assume un significato diverso: la voglia di esserci, di non perdere terreno, di restare dentro al giro che conta, anche quando forse sarebbe stato il momento di fermarsi davvero. Il talento resta, ma non basta da solo E poi c’è appunto quel concetto così importante, diremmo fondamentale, per i tennisti di altissimo livello: si chiama continuità. Andy Roddick lo ha detto in maniera diretta, quasi brutale: il livello massimo di Draper è da top assoluto, ma gli infortuni rischiano di costruire una catena difficile da spezzare. Non è solo una questione di sfortuna. Quando i problemi si alternano, un braccio, poi un ginocchio, poi magari una caviglia, il corpo entra in una zona grigia fatta di compensazioni, adattamenti, equilibri precari. E ogni ritorno in campo diventa più complicato del precedente.  Draper conosce la materia. Nei mesi più difficili ha parlato apertamente di momenti bui, di quanto sia complicato restare dentro al tennis anche quando non si gioca. E ha anche allargato il discorso, toccando un tema che riguarda tutta la nuova generazione: un calendario sempre più pesante, partite sempre più lunghe, margini sempre più ridotti. Un sistema che chiede presenza continua, anche quando il corpo suggerirebbe altro. In questo quadro, la sua storia diventa quasi simbolica. Non perché sia unica, ma perché è evidente. Perché si è visto chiaramente quanto può essere alto il suo livello, e quanto rapidamente possa allontanarsi. La stagione sull’erba sarà il prossimo punto di partenza, probabilmente senza il peso delle aspettative che lo accompagnavano un anno fa (ritornerà neanche come top 100) E forse è proprio questo il paradosso più grande: per tornare davvero, Draper dovrà ripartire da un passo indietro, accettando di ricostruire senza forzare i tempi. Il talento, quello, non è mai stato in discussione. Ora si tratta di capire se il corpo gli darà finalmente il tempo di dimostrarlo e, soprattutto, se questo tempo arriverà prima che il tennis vada avanti senza aspettarlo. Il rischio, purtroppo, c’è. ...

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