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Potapova, dalla sconfitta alla vittoria in una settimana irreale

Eliminata nelle qualificazioni dalla connazionale Kraus, fuori dal tabellone e praticamente già spettatrice: Anastasia Potapova a Madrid aveva chiuso il suo torneo. O almeno così sembrava. Richiamata come lucky loser per la defezione di Madison Keys, ha riscritto tutto da capo. Poi il telefono che squilla, trenta minuti prima di tornare in campo: c’è un posto libero, qualcuno si è ritirato, tocca a lei. Da lì in avanti, cambia tutto. Non solo il suo torneo, ma anche la storia del circuito. La seconda vita nel torneo e il record di Potapova Potapova ha costruito una corsa che nessuna prima di lei era riuscita a completare in un WTA 1000. Prima semifinale di sempre per una ripescata, ma soprattutto un percorso che ha avuto dentro vittorie pesanti, vere, di quelle che cambiano la percezione dall’interno verso l’esterno e viceversa. Su tutte quella con la numero 2 del mondo Elena Rybakina, battuta con autorità, e quella con la campionessa Slam Jelena Ostapenko. Non un tabellone favorevole, ma un cammino costruito punto dopo punto, con la leggerezza di chi sente di avere poco da perdere e tutto da guadagnare. Nel quarto di finale con Karolina Pliskova c’è dentro tutta la sua settimana. Parte fortissimo, domina il primo set 6-1, poi si complica la vita quando il traguardo è lì a un passo: avanti 5-3 nel secondo, tre match point non sfruttati, il ritorno della ceca e il tie-break che rimette tutto in equilibrio. Anche nel terzo set la partita sembra scivolare via, con Pliskova avanti 3-1. È il momento in cui tanti si fermano. Lei no. Cinque giochi consecutivi, una reazione che è tecnica ma soprattutto mentale, chiusa 6-3 per prendersi qualcosa che fino a pochi giorni prima non era nemmeno immaginabile. Tra emozioni, passato e nuovi orizzonti “Non ci avrei mai creduto, per nessun motivo al mondo”, ha raccontato dopo la partita. “Questo è ciò che rende bello il nostro sport. Mi è stata data una seconda chance e ora sono qui”. Dentro queste parole c’è il senso di tutto: un torneo giocato con quella libertà che spesso è privilegio di chi non ha aspettative. Dieci ace, personalità nei momenti chiave, e la capacità di restare dentro il match anche quando stava sfuggendo. C’è anche una dimensione più personale che accompagna questa corsa. Il cambio di nazionalità, diventando austriaca alla fine del 2025, il bisogno di stabilità, di una nuova identità sportiva. E poi quella scena quasi cinematografica nel terzo set contro Pliskova, con l’arrivo sugli spalti del compagno Tallon Griekspoor: lui ispira, lei prende forza e coraggio. Un dettaglio che lei stessa ha riconosciuto come decisivo per ritrovare energia e lucidità. Adesso la semifinale contro Marta Kostyuk, che arriva con un percorso diverso ma altrettanto solido. E non è soltanto una questione di tennis, perché attorno a questa sfida si intrecciano anche sensibilità e posizioni personali legate al contesto internazionale. Proprio Kostyuk, in passato, aveva spiegato così il suo atteggiamento nei confronti delle giocatrici di origine russa o bielorussa: “Beh, l’unica persona a cui stringo la mano è Daria Kasatkina, perché non si è limitata a cambiare passaporto, ma ha anche dichiarato apertamente di non sostenere la guerra, capisci, e tutto il resto. Ecco perché io e altre ragazze abbiamo deciso di stringerle la mano, per puro rispetto. In questo caso, voglio dire, ci sono state diverse giocatrici che hanno cambiato nazionalità, ma nessuna di loro ha mai espresso nulla contro la guerra o, sai, qualcosa a sostegno degli ucraini o altro. Quindi per me questo non cambia”. Uno sfondo che inevitabilmente accompagnerà la partita, ma che non cancella quanto Madrid abbia già detto su Potapova. È il suo miglior risultato in un torneo di questa categoria. Il punto più alto della carriera dopo un periodo di assestamento. E soprattutto la dimostrazione che nel tennis una seconda occasione può essere sufficiente per riscrivere tutto. Con buona pace dei moralisti che affollano le tribune di altre discipline sportive, così incapaci da essere capaci di tutto, tanto da vedere un eventuale ripescaggio di una squadra, come un’onta. Nel tennis è la normalità e questa normalità è la strada verso qualcosa di straordinario.  ...

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