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Luciano Darderi: un percorso ai margini del clamore

Un’ora e tredici di gioco. Alexander Zverev serve per il match, avanti di un set e con un match point sul servizio. Tutto sembra scritto. Poi, una palla corta, storta, imperfetta. O forse perfetta nel modo in cui scardina il copione. Il tedesco sbaglia, Darderi risponde male ma resiste, strappa il break, chiude con un 6-0 perentorio. Nessuno a Roma (torneo in cui il tedesco si è sempre trovato molto bene e dove ottenne la sua definitiva consacrazione, con la vittoria nel 2017) aveva mai visto Zverev scomparire così di colpo. Luciano Darderi alza il pugno, urla un “vamos” che più italiano non potrebbe essere. Non importa che sia nato oltreoceano: quel Centrale pieno di bandiere tricolori lo sente suo, da sempre. Il ranking live lo vede al n. 17 del mondo, il quarto italiano in classifica. Eppure resta il meno raccontato di tutti. Gli inizi Villa Gesell, 14 febbraio 2002. Una città di mare, poco più a sud di Buenos Aires. Lì nasce Darderi, figlio di Gino, ex tennista, oggi suo coach, e nipote di un emigrato fanese nel dopoguerra. È sulla terra rossa argentina che comincia la sua storia d’amore con la racchetta. A dieci anni lascia l’oceano per trasferirsi in Italia, spinto dal padre, che aveva già lavorato come maestro in diversi circoli. All’inizio è un viaggio a doppio binario: sei mesi in Argentina e sei in Italia. Poi, gradualmente, la transizione diventa definitiva. Il primo torneo in Europa lo gioca a L’Aquila, ma è a Roma che si forma davvero. Lo accoglie una piccola comunità sportiva che diventerà la sua seconda famiglia. Si allena tra la Capitale e Arezzo, dove incontra tecnici che ne valorizzano la disciplina più che l’estro. Di Luciano Darderi si è sempre detto che non avesse un talento evidente. Agli inizi della sua carriera da professionista infatti veniva spesso etichettato come il “fratello di Vito” (il fratello minore, che nonostante i 7 anni in meno ha sempre mostrato grandissime qualità e ha sempre avuto l’attenzione degli addetti ai lavori), quello più disciplinato, meno istintivo, forse meno interessante da osservare. Anche più avanti, nel mondo professionistico, Darderi si è sempre mosso un passo indietro rispetto alla luce degli altri: prima di Córdoba si parlava poco di lui, e anche oggi resta un giocatore che preferisce la discrezione all’esposizione. Darderi si nasconde. Per scelta In questo c’è una coerenza che attraversa tutto il suo percorso: Darderi si nasconde per scelta. Si nasconde nei tornei di secondo piano prima di colpire in quelli importanti; si nasconde dentro lo scambio, restando neutro, equilibrato, fino al momento in cui decide di accelerare. La sua tattica è una forma di carattere. Non impone mai la propria presenza: la lascia maturare. Poi, quando arriva, arriva di colpo; con un diritto esplosivo, una difesa insospettabile, o con quelle esultanze grintose di evidente retaggio argentino. È un modo particolare di stare nel tennis: lasciare che il rumore arrivi solo dopo, quando c’è un motivo vero. Così ha costruito gran parte del suo cammino, dall’etichetta di promessa minore fino alla Top 20. Sembra quasi che la sua intera carriera segua la stessa trama dei suoi punti migliori: silenziosa, nascosta, ma pronta a rivelarsi con forza nel momento decisivo. Il tennis di Luciano rifiuta le categorie classiche Descrivere il tennis di Luciano Darderi con le categorie tradizionali è difficile. A prima vista sembra un giocatore “fisico”, uno che vive di ritmo, sudore e emotività. Ma in realtà il suo tennis nasconde una grandissima raffinatezza tattica. Sul piano tecnico, il suo dritto è il colpo chiave. Spesso colpisce con il corpo scomposto, molto laterale, come se l’anca e il braccio viaggiassero su binari diversi, ma proprio quella distorsione gli genera spinta e pesantezza. È un colpo con cui può tanto spostare quanto finire, e che nelle giornate buone gli regala veri filotti di dominio territoriale. Il rovescio, al contrario, è più corto e difensivo: lo gioca compatto, quasi bloccato, ma con un tempismo che negli ultimi due anni è migliorato moltissimo. È passato da colpo fragile a semplice fondamentale interlocutorio. Il suo gioco combina quindi potenza moderata e lucidità tattica. Darderi non è un “picchiatore”: è un giocatore che lavora ogni scambio per creare il proprio momento, un costruttore di pressione. Non ha l’eleganza di Musetti, anzi è un giocatore tutt’altro che elegante, o l’estro di Cobolli ma ha qualcosa che molti di quel livello ormai hanno sempre di meno: un’innata capacità di leggere le partite e rivolgere a proprio favore, aspettando e spesso correndo i chilometri, ma colpendo sempre quando serve Dalla terra al cemento Nel tempo ha imparato anche a tradurre quel modello sulla superficie dura: un servizio (anch’esso non dei più belli esteticamente, ad essere sinceri) in crescita, capace di sfiorare i 215 km/h, certo lo aiuta ma il vero salto di qualità anche qui è stato fatto a livello mentale, ci è voluto un po di adattamento per portare un gaucho argentino a performare bene anche lontano dalla terra rossa, ma l’ottavo di finale raggiunto a Melbourne quest’anno è la dimostrazione del grande salto di qualità. La top 20 e una faccenda familiare “Mi sento vicino a fare qualcosa di bello”, aveva detto a inizio Roma, quasi profetico. E quando è sotto, più che cambiare strategia, cambia ritmo interiore: rimane. È la sua forma di aggressività. Darderi ovviamente vive nell’epoca d’oro del tennis italiano. Come ogni per ogni italiano che raggiunge la top20 non si esita a sottolineare quanto, per un risultato simile, si sarebbero firmate carte false e come invece oggi un avvenimento di simile portata rischi di passare in sordina, il ragazzo però non ha paura di vincere, e questo lo farà sentire, già cinque titoli vinti in carriera e una dichiarata intenzione di non fermarsi qui. Recentemente Luciano ha rilasciato una bella intervista a Ultimo Uomo, nella quale emerge il ‘Lucio’ più autentico: quello che al circolo romano stringe mani e riceve abbracci di chi lo ha visto crescere. Una comunità dentro e fuori dal campo. Il tennis per lui resta una faccenda familiare: il padre come guida, il fratello Vito come erede, e la memoria della nonna che “sacrificava la pensione per le racchette”. Sottrazioni La sua storia non è una fiaba a lieto fine: è una storia di permanenze. Da anni si muove ai margini del clamore, senza scandali mediatici né dichiarazioni oltre misura. Si vede in ogni gesto, anche nella gestione della pressione: “Ho imparato a non pensare ai punti da difendere, ma a quelli che posso ancora guadagnare”, dice. Nel tennis che misura tutto, Darderi sembra un giocatore di sottrazione. Il vantaggio non lo crea solo con la tecnica, ma con l’assenza di cedimenti, anche in questo è molto Argentino La vittoria su Zverev ha valore simbolico. Non solo la prima contro un top 10, ma una replica moderna di ciò che, un tempo, veniva definito “il mestierante di lusso”: colui che non sarà numero uno, ma può mettere in crisi chiunque. Prossimo avversario: Rafa Jodar Ora lo aspetta Rafa Jodar nei quarti, un ragazzo che al grandissimo talento che lo contraddistingue accompagna la freschezza e l’irriverenza dei suoi 19 anni, per questo potrebbe mettere in grande difficoltà Luciano, che approfitta dei dubbi degli avversari per farli propri, sarà una grande prova di maturità più per l’italo-argentino che per lo spagnolo. Difficile dire fin dove potrà arrivare, ma l’impressione è che la sua traiettoria, più che di step, sia di convinzioni accumulate. “Non ho paura di vincere”, spiegò dopo Córdoba. E non sembra una frase fatta: la spiega ogni volta che scende in campo. Nel frattempo è insieme a Sinner l’unico italiano presente ai quarti di Roma e non sembra abbia alcuna intenzione di fermarsi ...

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