Nel tennis vince uno solo: lettera aperta alla sconfitta
Ci sono narrazioni che partono dalla gloria.Quelle che celebrano la vittoria, che trasformano uno sforzo in qualcosa che finalmente ha avuto senso. Ma poi esistono le altre narrazioni. Quelle di tutti gli altri. Quelle di chiunque si sia trovato almeno una volta su un campo da tennis. «La felicità si vive, il dolore si scrive», diceva Mario Luzi.E allora questa è una lettera aperta alla sconfitta. Nel tennis vince una sola persona. Tutti gli altri, prima o poi, devono fare i conti con lei.In un tabellone da 128 giocatori, 127 escono dal campo stringendo la mano a rete e cercando di capire dove sia girata la partita (se è girata davvero da qualche parte). Succede negli slam, succede nei challenger, succede anche nel torneo del circolo sotto casa il sabato pomeriggio.Cambiano il ranking, il livello, la posta in gioco. Ma la sensazione è sempre quella. Cara sconfitta,ci incontriamo molto più spesso di quanto vorrei ammettere.Siamo fatte della stessa sostanza della terra rossa (scivolosa, imprevedibile). A volte anche composta.Composta come quando provo a ricordarmi che è solo una partita. Perché in fondo è davvero solo quello: una partita. Che io sia una terza categoria o la numero 28 del mondo cambia molto, certo (ma fino a un certo punto).Tra un punto e l’altro la testa fa quello che vuole. Scappa avanti, torna indietro, immagina scenari. E quando arriva quel momento in cui senti che la partita è lì, a un passo, succede spesso qualcosa di strano: crollo.Comincio a mettere in fila tutte le prove che dimostrano perché non dovrei farcela.E allora la palla finisce sotto rete. Oppure esce di poco. Oppure arriva un doppio fallo (quasi sempre nel momento peggiore).Un doppio fallo che mi ricorda due cose: la prima è che nello sport più imprevedibile del mondo pensare di sapere già come andrà a finire è una forma di presunzione. La seconda è che troppo spesso crediamo che il nostro valore dipenda semplicemente dal fatto di vincere o perdere quella partita.Nel tennis la sconfitta non è un incidente. È quasi la normalità.Anche i giocatori che sembrano invincibili passano buona parte della loro carriera perdendo partite. Ogni settimana un torneo finisce nello stesso modo: qualcuno alza il trofeo e tutti gli altri tornano a casa.È una matematica brutale. Ma anche stranamente giusta.Perché il tennis non fa sconti a nessuno. Non importa se stai giocando la finale di uno Slam o il torneo sociale del tuo circolo: prima o poi arriva il momento in cui capisci che questa volta non è bastato.Non è bastato il servizio. Non è bastata la corsa in più. Non è bastato il piano partita che sembrava così chiaro prima di entrare in campo.E allora resti lì qualche secondo in più, a guardare il campo dall’altra parte della rete (come se potessi ancora cambiare qualcosa).Poi arriva il gesto più semplice del tennis: la stretta di mano.Dura pochi secondi. Ma dentro ci passa tutto.Il rispetto per l’avversario, la frustrazione, e quella sensazione che tutti i tennisti conoscono: la convinzione che la partita si sarebbe potuta girare con una sola palla diversa, con un calzino diverso, con il sole negli occhi che finché eravamo in vantaggio non avevamo nemmeno notato. Forse è proprio questo che rende la sconfitta così difficile da accettare. Nel tennis la distanza tra vincere e perdere è spesso invisibile: pochi centimetri, un nastro che decide di fermare la palla oppure no. Eppure, nonostante tutto, torniamo sempre in campo. Torniamo dopo una partita storta, dopo un doppio fallo nel momento sbagliato, dopo un match point non sfruttato che continua a tornare nella testa mentre guidiamo verso casa.Torniamo perché il tennis ha questo strano modo di insegnarti le cose: non quando vinci, ma quando perdi. E allora sì, cara sconfitta.E vero che ci incontriamo spesso. Ma forse è anche vero che senza di te questo sport non avrebbe lo stesso significato.Perché alla fine il tennis è questo: una conversazione continua tra noi e il campo.Fatta di errori, tentativi, ostinazione.E di quella promessa che ci facciamo quasi sempre uscendo dal circolo con la borsa sulla spalla (magari un molto arrabbiati, magari già pensando di non tornare mai più):la prossima volta tornerò. ...