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Da Michael Chang a Koaume: perché i teenager non sono competitivi negli Slam?

Federico Cinà ha vinto una partita Slam a 19 anni. Il primo 2007 a riuscirci, ed è stato giustamente esaltato. Così come si è celebrato Joao Fonseca a suo tempo, con le prime vittorie e i primi titoli. Anche lui in ogni caso già 18enne. E ora in questi giorni le attenzioni piovono addosso a Moise Kouame, primo 2009 (!) a vincere una partita in un Major. A 17 anni, 2 mesi e 20 giorni ha sconfitto un ex campione Slam, semifinalista al Roland Garros nel 2022, come Marin Cilic. Una bella impresa, quella sì precoce davvero. Seguita dal miracolo, al quinto set, contro Vallejo. Eppure Michael Chang aveva poco più della sua età attuale quando vinse questo torneo nel 1989. Il più giovane vincitore Slam della storia, l’americano. In tempi in cui non era così strano che un teenager portasse a casa uno Slam. Negli ultimi 36 anni, solo Alcaraz e Nadal, US Open 2022 e Roland Garros 2005, sono diventati campioni Major prima di compiere 20 anni. Un cambiamento totale. Becker a 17 anni vinse per la prima volta Wimbledon, Wilander ed Edberg, come poi Sampras, hanno scritto i loro nomi nell’albo dei tornei più importanti ad un’età in cui oggi ancora molti giocano le prove juniores degli Slam. E, se anche giocano il torneo vero e proprio, non vengono presi tropo sul serio. Una situazione ormai a cui abbiamo fatto l’abitudine, ma che dovrebbe far riflettere. Quanto conta l’età? Boris Becker, che ha vinto da giovanissimo il primo Wimbledon, ha offerto una giusta riflessione, sul gioco del tennis in senso stretto. Ribaltando una questione che ormai viene data per scontata, e cioè che l’essere troppo giovani debba per forza comportare uno svantaggio. “Conquistare un primo titolo importante a 20, 21 o 22 anni significa essere ancora molto giovani”, aveva detto il tedesco agli scorsi Laureus Awards, “ma in fin dei conti non si è mai troppo giovani, né troppo vecchi, per vincere un torneo del Grande Slam. O sei abbastanza bravo o non lo sei. Ed è proprio questo che rende il tennis così bello. Altrimenti, a 38 anni, a Djokovic non sarebbe più permesso giocare. Lo stesso vale per Moise Kouame a 17. Il tennis è semplice. Entri in campo e, indipendentemente dalla tua età, vinci la partita se sei il migliore”. Una frase apparentemente banale, comune soprattutto in altri sport (Lamine Yamal incanta il calcio da quando aveva 17 anni), ma dannatamente vera. Nadal a 19 anni vinceva il Roland Garros, e nei primi anni della carriera Alcaraz serviva regolarmente batoste a giocatori decisamente più anziani di lui. Una dimostrazione che l’età ha il suo peso, ma fino a un certo punto. Se un 18enne gioca meglio di un 35enne, è consequenziale che finisca per vincere. Eppure la singola partita è un conto. In qualche modo ce la si cava. Ciò che finisce ormai per mancare quasi senza ritorno sono i giovanissimi capaci di essere protagonisti nei grandi tornei. E forse la risposta, indirettamente collegata anche alla giovane età, sta proprio nel tennis moderno stesso. Slam, tennis moderno: un importante esborso fisico In primis: il tennis attuale è molto più duro rispetto a 30 anni fa. Il gioco indubbiamente si è fatto molto più fisico, i tennisti hanno bisogno di essere atleti nel senso più stretto del termine. Sia per imprimere forza ai propri colpi, sia per resistere a scambi logoranti e partite sempre più lunghe. Anche a causa di una maggiore omologazione delle superfici, per cui anche cemento ed erba non sono così veloci come una volta. Ovviamente il fisico di un teenager, spesso e volentieri, non è abbastanza maturo da reggere l’impatto. Basti pensare a Lorenzo Musetti, che nel 2021 avanti due set al Roland Garros contro Djokovic fu costretto al ritiro. Senza parlare del caso Chang: a 17 anni, semplicemente, lo sviluppo fisico è ben lontano dall’essersi compiuto. Ed è impossibile pensare di competere a livelli così alti con un fisco che deve ancora completare la propria maturazione. Proprio l’ex campione del torneo parigino aveva parlato a tal proposito, lo scorso anno: “I giocatori di oggi dispongono di racchette che hanno aumentato notevolmente la velocità del gioco, la potenza degli effetti e dei colpi. Per padroneggiare tutti questi parametri occorre un fisico robusto, e a 17 anni i giocatori non hanno ancora completato il loro sviluppo fisico. Quindi direi che non è impossibile, ma è molto improbabile”. D’altronde gli esempi sono fulgidi: Kouame è alto, ma molto magro, idem Jodar. Così com’era Sinner a 17 anni, quando esordì al Foro Italico. E lo stesso Alcaraz ha ovviato con risorse energetiche e mano speciali. Altrimenti reggere il tennis professionistico diventa vicino all’improponibile per ragazzi così giovani. La concorrenza è infatti un altro problema fondamentale. Professionisti in più In 40 anni cambiano le cose. E i tennisti professionisti sono di più. Così come è più alto il livello medio, specie nei primi turni Slam. Ad esempio, pescare un giocatore come Navone al primo turno del Roland Garros, o Hurkacz a Wimbledon, non è esattamente un sorteggio amabile per un giovanissimo. Che, in quanto tale, è probabilmente fuori dalle teste di serie. Certo, gli Slam di una volta si giocavano con 16 teste di serie, si poteva esordire anche con il n.20 del mondo. Ma la concorrenza era minore, e soprattutto meno spietata. Si poteva scalare il ranking più velocemente, o fare strada nei tornei più importanti perché c’erano ancora tanti specialisti. Pesci fuor d’acqua sulla terra e sul cemento. Situazioni contingenti inevitabilmente favorevoli. Senza dimenticare che le carriere, per quanto potessero iniziare prima, erano decisamente più brevi. Giocare fino a 35 anni, o più, era una vera rarità. Oggi non costituisce neanche più una notizia. Avere tanti giocatori esperti, o di maggiore età, vuol dire ovviamente meno posti in tabellone, e più avversari strutturati e abituati a competere ad un certo livello. Roger Federer, che ha vinto il suo ultimo Slam a 36 anni (il primo a 22) già nel 2016 dava la sua spiegazione: “Il numero di tennisti professionisti non è mai stato così alto. Il livello è più alto e il talento da solo non basta. Quindi, al giorno d’oggi, non ci si può più aspettare di vincere tornei del Grande Slam a 16, 17 o 18 anni, né di scalare rapidamente la classifica, a meno che non si sia davvero eccezionali”. Boris Becker parla anche di poca maturità da parte dei teenager di oggi. Una posizione abbastanza rivedibile, ma senza dubbio da tenere in considerazione. Avere il giusto impianto mentale fa tutta la differenza del mondo. Averlo in così giovane età di solito concerne i migliori, e da questo punto di vista sia Kouame che Cinà sono sulla buona strada. Posati, schiena dritta, espressione di chi conosce il proprio valore. Ma non basterà, probabilmente, per alzare un Major da giovanissimi. Gli Slam e i giovani: un legame distante Dunque, la risposta esatta, sempre che esista, qual è? I giovani possono vincere uno Slam, possono arrivare in fondo? Nel tennis attuale, probabilmente no. E andando avanti difficilmente la situazione migliorerà. Anche per una questione di atteggiamento e di approdo nel circuito principale. Un 17enne gioca gli Slam junior, al massimo chiede wildcard per i tornei maggiori, esaltandosi per una partita vinta. Non c’è neanche il pensiero di poter arrivare in fondo. Ecco, se relativa a questo punto, la maturità di cui parlava Becker assume maggior senso. Come mancanza di ambizione, di convinzione di poter duellare alla pari con i migliori, magari anche batterli. Una problematica figlia anche di sempre meno occasioni però di poter arrivare a giocare nei tornei maggiori, una sorta di mentalità dominante che più ci si allena, più si impara, anche senza competere, meglio è. Quando la formula migliore per imparare qualcosa è sperimentarla in prima persona, giocare il prima possibile ad alti livelli. Misurarsi negli Slam da minorenni, e cercare così di crescere. Kouame non batterà il record di Chang, e forse neanche vincerà uno Slam da teenager. Ma ci ha ricordato che vincere due partite Major a 17 anni, duellare sui campi migliori al mondo da minorenne, si può fare, non è impossibile. ...

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