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ATP Roma, Bublik: “Social? Tutti fingono di essere qualcuno che non sono. Il doppio non è tennis”

Alexander Bublik non lascia mai indifferenti. È il tipo di giocatore che ti può lasciare fermo sul posto con un vincente e insultarsi appena un secondo dopo. Che può alternare un ace a un tweener inutile in rete, una smorzata a un monologo contro l’avversario. È talento puro e sabotaggio costante. Uno dei tennisti più difficili da affrontare e, allo stesso tempo, più difficili da decifrare. Nell’intervista rilasciata al The Guardian durante gli Internazionali d’Italia, il kazako si è raccontato con la grande franchezza che lo contraddistingue, senza filtri né tentativi di compiacere. Bublik non si nasconde quando si parla delle sue esplosioni verbali in campo. Da anni è noto per le provocazioni e per quei momenti in cui sembra giocare più contro sé stesso che contro chi ha davanti. In tanti nel corso del tempo lo hanno criticato, anche esageratamente. Molti hanno visto nel suo modo di gestire il rapporto con sé stesso durante le partite quasi come una prassi catartica. Lui non ci ha mai visto nulla di strano. Nel colloquio con il The Guardian lo dice in modo diretto: “Le emozioni sono emozioni. Viviamo in un mondo in cui tutti cercano di fingere di essere qualcosa. Io non vedo niente di sbagliato nel lasciarle uscire. Questo sport è stressante, viaggiamo di continuo, ci giochiamo molto: se ogni tanto sfoghi qualcosa, non è la fine del mondo”. Per lui il problema non è ciò che dice in campo. Il problema è cosa succede fuori: “I social sono finti. Tutti fingono di essere qualcuno che non sono”. Un anno fa, il kazako era scivolato fuori dai primi 80 della classifica. Una caduta che per un talento come il suo aveva fatto particolarmente scalpore. Era considerato da tempo un enorme underachiever, ma quella soglia, lo dice lui stesso, è stata traumatica: “Nessuno vuole essere numero 80 (magari, n.d.a.). Io non ero mai uscito dalla top‑50 per sette anni. Per me è stato un colpo”. È lì che si è visto costretto a fare ciò che aveva sempre evitato: rimettere in discussione tutto. Per anni aveva parlato apertamente del suo disinteresse per il tennis, della mancanza di rigore, di un approccio che oscillava tra l’indifferenza e il cinismo. È la stessa persona che, dopo essere entrato a Wimbledon nel 2017 come lucky loser, tornò a San Pietroburgo a divertirsi e si presentò a Londra solo il giorno prima per giocare contro Andy Murray, all’epoca numero 1 ATP. Il 2025 è stato lo spartiacque. Ha capito, parole sue, che stare nel tennis senza allenarsi seriamente non era più possibile. La rinascita: Parigi, Halle e l’ingresso in top‑10 Il cambio di mentalità è stato immediato. Dopo la crisi, Bublik ha costruito la miglior stagione della sua carriera: quarti di finale e miglior risultato al Roland Garros, eliminando nel percorso giocatori come Jack Draper e Alex de Minaur. Poi il titolo a Halle, dove tutti ricordiamo la vittoria su Jannik Sinner quando l’azzurro era numero 1 del mondo. Ha vinto cinque tornei in dodici mesi e a gennaio ha fatto perfino il suo ingresso nella top‑10, un risultato che sembrava impossibile a molti fino a poco tempo prima. Oggi è numero 11, a Roma ha dovuto fare i conti con la sconfitta contro il 19enne Learner Tien, a ricordarci quanto sia difficile restare stabilmente tra i migliori, più ancora che entrarci. Bublik lo sa bene: “Entrare in top‑10 è bello. Restarci è molto più difficile”. La pressione, per lui, arriva adesso, nei mesi in cui dovrà difendere quasi tutto ciò che ha costruito nelle ultime 52 settimane. Ed è proprio qui che si vedrà quanto la sua metamorfosi sia reale. Bublik: “Il doppio? Non è tennis” L’Alexander Bublik di oggi è più maturo, ma non meno tagliente.Nell’intervista, quando viene affrontato l’argomento specialisti di doppio, la risposta è un pugno diretto: “Perché non li considero tennisti? Perché sono doppisti. Il doppio non è tennis. È mezzo tennis. Se non puoi fare singolare, fai doppio. Se non puoi fare doppio, fai padel. È semplice”. Un’opinione estrema, ma coerente con chi non ha mai cercato di risultare accomodante. È così che parla, così che pensa. Il rapporto con il denaro: la motivazione che ha aperto una porta Alexander Bublik è anche uno dei pochi professionisti di fascia alta a parlare liberamente di soldi. Per lui il denaro non è un tabù, anzi è stato la motivazione primaria per molto tempo.“Capisci in fretta che il tennis è un grande business. È bello vincere, ma alla fine devi pagarti. All’inizio era quella la mia motivazione”. Poi a quanto pare a un certo punto qualcosa è cambiato. L’impegno quotidiano, la disciplina, il lavoro sulla dieta e sulla preparazione non hanno solo portato risultati: gli hanno fatto scoprire un rapporto diverso con il tennis.“Più mi impegnavo, più trovavo un senso in quello che facevo. E alla fine mi è persino piaciuto”, dice il kazako quasi sorpreso Il presente: un talento consapevole Oggi Bublik è un giocatore più completo, più serio, più continuo. Ma non è addomesticato. Il suo carattere rimane quello di sempre: diretto, scontroso, insofferente a tutto ciò che percepisce come artificiale. Ha smesso di odiare il tennis, ma non ha smesso di detestare ciò che gli gira intorno. È un professionista suo malgrado, si è ritrovato ad essere disciplinato più per dovere che per vocazione. Il prossimo grande banco di prova sarà il Roland Garros, a un anno dal suo miglior risultato in uno Slam. La domanda è semplice: riuscirà a sostenere il peso del nuovo status? Con Alexander Bublik non c’è mai una risposta scontata.Ed è esattamente questo che continua a renderlo uno dei personaggi più affascinanti, e più imprevedibili, del circuito. ...

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