Roland Garros, Berrettini: “Ho pensato di non riuscire a tornare”
Matteo Berrettini torna a volare, sempre più alto. Raggiunge gli ottavi del Roland Garros per la seconda volta in carriera, ed è in generale il primo quarto turno Slam per lui da Wimbledon 2023. Una vera impresa, al quinto dopo 5 ore e 13 minuti. Manifesto di solidità, voglia di vincere, attributi: è per pochi servire così bene sul match point avversario. E in conferenza stampa emerge la sua gioia. Matteo, bravo. Dicci cosa pensi abbia fatto la differenza alla fine in questa battaglia epica. MATTEO BERRETTINI: Non lo so, forse il fatto che non giocavo questo torneo da cinque anni e volevo godermi un’altra partita. Quando è così tirata è dura, match point da una parte e dall’altra, è una questione di nervi e a volte serve anche un po’ di fortuna. Di solito mi ricordo tutto, e invece adesso faccio fatica a ricordare cosa è successo, mi tornano in mente solo alcuni punti, ma sono davvero contento di aver finito la partita. Mi sono sentito bene fisicamente e mentalmente, ho lottato ogni punto dall’inizio alla fine, quindi sono molto felice. Matteo, quanto è importante il tuo servizio in generale? Quanto è stato importante oggi in questa partita? MATTEO BERRETTINI: Il servizio è ovviamente la base del mio gioco, ma allo stesso tempo abbiamo visto in passato, anche con grandi battitori, e posso parlare di me stesso, che quando mentalmente non sei dentro la partita non importa che armi hai, perché ti tradiscono nei momenti importanti. Oggi il mio servizio ha funzionato bene nei momenti che contavano, e questo dimostra che ero presente mentalmente, ero tosto, resiliente. Una cosa è avere un’arma, un’altra è sapere come usarla. Hai parlato dei nervi e del fatto che fosse una partita tirata. Puoi spiegare come questo si manifesta nel tuo corpo? Che sensazioni hai, quali sono i sintomi, non necessariamente sul tennis ma sul fisico? MATTEO BERRETTINI: In generale sento questa sensazione da quando ho iniziato a giocare a tennis: il battito del cuore aumenta, inizi a respirare più affannato, ma fa parte di quello che facciamo. Corriamo e inseguiamo palle per cinque ore sotto il sole, è normale sentirsi così. È importante cercare di rilassarsi il più possibile e respirare lentamente. Quando ti irrigidisci tendi a usare solo la forza del braccio invece di tutto il corpo, e questo è normalissimo. Ricordo il rovescio a 12 pari: non era un colpo d’attacco, serviva a costruire il punto, ma l’ho sbagliato perché ero nervoso, a volte un centimetro fa la differenza e la steppi. Fa parte di quello che facciamo. Sei già stato molte volte davanti a grandi pubblici e negli Slam, anche se è passato un po’ di tempo. Quanto ti senti a tuo agio su questo palcoscenico entrando nella parte centrale e, si spera, finale di questo torneo, considerando che ci sono molti giocatori con meno esperienza di te? Quanto può aiutarti? MATTEO BERRETTINI: Sicuramente può aiutare, so cosa serve per andare in fondo in uno Slam, ma è anche vero che, come hai detto, è da tanto che non vado avanti in uno Slam. Come nella vita è importante trovare un equilibrio: arrivando al torneo non avevo la stessa fiducia di qualche anno fa, però sento di averla costruita strada facendo. Adesso mi sento fiducioso, sono al quarto turno, seconda settimana a Parigi: significa che posso andare in fondo e che sto giocando bene. Oggi è stata una partita di alto livello, le mie armi funzionano, fisicamente ci sono, quindi dita incrociate. Sei stato molto emozionato sul match point. Se ti va di condividerlo, cosa ti passava per la testa in quel momento? MATTEO BERRETTINI: Tantissime cose, ma forse la principale è che negli ultimi mesi e anni ho dubitato un po’ troppo di me stesso. Ho avuto un sostegno incredibile dalla mia famiglia, dagli amici, dal team; tutti mi dicevano che avevo ancora tutto dentro, ma devo confessare che a volte pensavo di non riuscire a tornare, di non riuscire a sentirmi di nuovo bene in campo. Per questo mi sono emozionato: ho dimostrato a me stesso un’altra volta che posso farcela, che posso farlo bene, che posso lottare e divertirmi in campo. Quando hai ricominciato a sentire di poter tornare ad allenarti e competere come volevi, e di poter essere di nuovo un competitivo “a tempo pieno”? MATTEO BERRETTINI: Come dicevo, da quando sono tornato la scorsa estate. Ho sempre detto che questo sport ha bisogno di tempo, di momentum e di fiducia che costruisci con le partite e gli allenamenti. Molte volte sentivo che il corpo c’era ma la testa no, o che la testa c’era ma il corpo no, ed è dura, perché servono tante cose per giocare il tuo miglior tennis e competere così. Alla fine dello scorso anno, quando ho giocato la Coppa Davis, stavo molto bene fisicamente, e all’inizio di quest’anno ho fatto una grande preparazione. Purtroppo mi sono fatto male di nuovo all’addome in Australia e inizi la stagione con dei dubbi: “Reggerà?”. Ho lavorato molto per uscire da quella mentalità, ora mi fido del mio corpo e tutte le partite giocate quest’anno, dai Challenger ai Masters 1000, mi hanno dato fiducia e mi hanno portato qui a ottenere questo risultato. Matteo, complimenti. Hai sempre detto ultimamente che giochi per vivere certe emozioni. Oggi forse hai esagerato con le emozioni… in una partita così, con match point annullati e match point sprecati, riesci a goderti qualcosa del pubblico oppure solo dopo, ripensandoci? MATTEO BERRETTINI: No, no, ci sono riuscito. Jacopo, mio fratello, ha detto che l’atmosfera era pazzesca, mi sono venuti i brividi. Sentivo che c’era casino, non capivo se era per lui o per me, ero lì che non capivo molto, però continuavo a dirmi che mi meritavo di stare lì, di lottare come stavo facendo; è il modo in cui mi piace giocare a tennis e facendo così le cose buone sarebbero arrivate. È ovvio che ero a un punto dal perdere la partita, sarei stato in conferenza stampa con meno sorrisi, però dentro secondo me stavo sorridendo. Giocare una partita così, per me, fino a poche settimane fa era quasi impensabile, quindi sono veramente felice di essere riuscito a lottare fino alla fine e ancora più felice, ovviamente, per aver vinto. Ciao Matteo, complimenti. Hai parlato delle tue armi ma anche di quanto sia importante la tenuta mentale. Forse tra i giocatori ancora in corsa sei quello con la tenuta mentale più forte. Durante la partita, oltre ad affrontare un grande Comesaña, ci sono stati momenti in cui, dopo qualche errore, hai pensato: “Due anni fa questo non l’avrei sbagliato”, giocando un po’ anche contro te stesso? MATTEO BERRETTINI: Sì, sì, ho capito la domanda. Fortunatamente oggi questo non è successo, in passato sì. Tendo a ricordare tutto: i dettagli, le partite, come colpivo, come lottavo; da una parte è esperienza, dall’altra può tirarti un po’ giù, perché non ti accetti mai. Anche se stai facendo uno sforzo incredibile non lo vedi e non lo rispetti. Oggi invece sono rimasto lì a giocare e secondo me stavo esprimendo un livello molto alto. La verità è che il Tour è diventato una lotta in ogni partita, lo vediamo con tutte le teste di serie che sono uscite: il livello medio è altissimo. Francisco ha giocato una partita pazzesca, da tanti punti di vista, ha servito benissimo; ci sono stati tre match point… L’ho pensato in passato, per fortuna oggi no, e forse proprio per questo motivo. Matteo, complimenti per la vittoria, abbiamo sofferto da fuori. Hai annullato un match point e poi ne hai avuti tre a favore, poi ti sei trovato con match point contro. In quei momenti pensi a tutto questo oppure solo al punto successivo, al piano da fare con il servizio? Come li vivi? MATTEO BERRETTINI: La mente va al match point annullato, poi ai match point che hai avuto, allo smash a rete che hai sbagliato, al servizio che esce di un millimetro. Però in quella circostanza è il momento in cui devi per forza pensare al punto successivo, non puoi fermarti troppo su quello che è successo. Devi continuare a fare quello che stai facendo bene: essere aggressivo, cercare di fare male con il servizio, comandare lo scambio. Bisogna accettare di non essere lucidissimi dopo 5 ore e 20, non puoi pensare di essere al massimo. Si pensa al punto dopo, a cosa bisogna fare, ad avere coraggio e ad andare a prendersi la vittoria. Ciao Matteo. Intanto ti sei tolto Sinner, quindi la vendetta… e nei confronti di Jannik non so se ti è venuto in mente qualcosa. La domanda vera è: pensando agli infortuni e a quello che hai detto sul potere della mente, nel bene e nel male, a volte la paura che succeda qualcosa di brutto te lo fa accadere? E quando sei fiducioso che non succeda, questo aiuta anche il corpo a reagire meglio, a essere più fiducioso e tosto? MATTEO BERRETTINI: Non penso che possa essere una regola generale per tutti. Si dice sempre che se hai paura di qualcosa poi te la porti dietro, ma è difficile da giudicare. Jannik ha dimostrato milioni di volte di essere un campione che sta facendo la storia del tennis, non solo di quello italiano; ha fatto cose che non sono riusciti a fare nemmeno altri che conosciamo bene. Io non sono come lui: so che quando ho paura di andare oltre un dolore o un fastidio, sopra un infortunio, è davvero difficile perché ti crolla tutto addosso. Ho lavorato anche su questo, per accettare che la paura arriva ma avere delle armi perché questa cosa non diventi così grande da gestire. Ognuno ha le sue, io lavoro su me stesso e vorrei avere la forza mentale di Jannik, sinceramente. È vero che ogni giocatore cerca di vincere il più in fretta possibile, ma di una partita così quanto avevi bisogno per tornare a credere nel tuo fisico? MATTEO BERRETTINI: Non credo avessi “bisogno” in senso assoluto, ma ci sono state anche altre partite molto lunghe quest’anno. Per esempio una sconfitta a Marrakesh con Buss, che mi ha fatto abbastanza male perché non ero stato benissimo in campo; però poi siamo arrivati a Montecarlo dicendo: “Ok, sono stato quasi tre ore in campo, questa partita no, è il primo match sulla terra dopo che rientro…”. Questa è sicuramente un’iniezione di fiducia, dobbiamo prendere il lato positivo. È ovvio che però l’avversario ha speso più di me, quindi va bene così. Uno cerca sempre di giocare il meno possibile, ma deve essere bravo ad accettare che le partite si complicano e che a volte bisogna recuperare. Ti dico la verità, mi sento bene, quindi va bene così. Il problema del recupero in due giorni: spero tu riesca ad affrontarlo. Hai parlato spesso dei tuoi dubbi; non eri solo, anche noi ne avevamo. Quando hai preso Enqvist ho pensato: “Se prende Enqvist un motivo c’è, non lo fai per fare la comparsa”. Cosa ti ha portato a questa scelta, come ci sei arrivato e cosa ti dà stando con lui, cosa ti porta? MATTEO BERRETTINI: I dubbi su di me gli altri li avevano già quando giocavo under 12: mi guardavano e dicevano “Questo pesa 20 kg”, avevo i peggiori test fisici di Tirrenia di sempre, nessuno avrebbe scommesso un euro su di me, quindi dall’esterno sono abbastanza abituato. L’interno è stato più complicato da gestire, perché non ho mai smesso di credere nel mio tennis, ma ci sono stati momenti in cui non credevo troppo nel mio corpo. Pensavo: “Forse non riesco a fare questa cosa con la continuità necessaria”, e qualche dubbio ti viene. Con Thomas, da subito, lui mi ha dato la fiducia che mi mancava: ogni giorno mi dice che sono uno dei giocatori più forti del mondo, non lo dice tanto per dire, ma perché lo vede. Dice che ho una qualità di palla incredibile, che quando sto bene servo bene e sono un giocatore forte. Non do questa cosa per scontata, perché viene da una persona che è con me da poco; mi ha visto alla Davis, lì ci siamo conosciuti, ma mi ha sempre dato una fiducia incredibile. Ci ha sempre creduto, e oggi, dopo aver perso il terzo set, mi ha detto: “Il quarto è il nostro set”, ha continuato a darmi fiducia. Credo che questo vada oltre dritto e rovescio. È qualcosa che, per esempio, Ale fa in altri momenti: Alessandro riesce a stimolarmi e caricarmi in modi diversi; la sinergia tra loro due fa sì che io stia bene. E poi c’è la ciliegina sulla torta: quel biondo lì che mi sta dando una mano incredibile. ...