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Roland Garros, la lista dei “dissidenti”: Sinner e Sabalenka guidano la protesta dei 15 minuti

Non sarà, almeno per ora, un boicottaggio del torneo nel senso stretto del termine. E questa è la prima cosa da chiarire: a Parigi si giocherà, il Roland Garros partirà regolarmente e nessuno tra i grandi nomi sembra intenzionato a mettere in discussione la propria presenza in campo, ma il segnale, se vogliamo definire politico, quello sì, è forte. E arriva nella forma più sensibile per uno Slam moderno, impattando il media day, cioè la giornata in cui i giocatori vengono messi a disposizione di stampa, televisioni, broadcaster, fotografi, piattaforme e contenuti promozionali e di tutto ciò che gravita intorno all’organizzazione di un evento del genere: è tanta, tantissima roba. La protesta dei giocatori legata al prize money prende forma con una limitazione simbolica delle attività mediatiche. I giocatori aderenti dovrebbero concedere al massimo 15 minuti complessivi alle attività pre-torneo: fino a 10 minuti in conferenza stampa e fino a 5 minuti davanti alle telecamere del World Feed, il segnale internazionale poi distribuito ai detentori dei diritti. Il numero non è casuale: richiama quel circa 15% dei ricavi che, secondo i giocatori, oggi tornerebbe a loro sotto forma di montepremi negli Slam, contro una richiesta che guarda al 22%, percentuale più vicina a quella degli eventi ATP e WTA.  La lista: Sinner, Sabalenka, Gauff, Paolini La parte più interessante, però, è la lista dei nomi. Perché qui non si parla di comprimari, né di giocatori ai margini del sistema. La base del gruppo atteso nella protesta è composta da venti tennisti, dieci donne e dieci uomini, con alcuni dei volti più riconoscibili del circuito. Nel femminile figurano Aryna Sabalenka, Elena Rybakina, Iga Swiatek, Coco Gauff, Jessica Pegula, Elina Svitolina, Mirra Andreeva, Belinda Bencic, Jasmine Paolini e Madison Keys. Una lista trasversale, generazionale e valoriale: ci sono le numero uno, le campionesse Slam, le americane più spendibili sul mercato, la nuova generazione e anche Paolini, ormai pienamente dentro il tavolo delle grandi. Nel maschile la lista comprende Jannik Sinner, Alexander Zverev, Felix Auger-Aliassime, Ben Shelton, Daniil Medvedev, Taylor Fritz, Alex De Minaur, Andrey Rublev, Casper Ruud e Jakub Mensik. Anche qui il messaggio è evidente: il n.1 del mondo, diversi top ten o ex top ten, giocatori di Paesi centrali come Stati Uniti, Germania e Italia, e una nuova generazione che vuole sedersi al tavolo prima ancora di esserne assorbita. La classifica, nel frattempo, è cambiata rispetto al momento in cui l’iniziativa ha preso forma, motivo per cui alcuni nomi della cosiddetta area “Top 10” non sono oggi esattamente dentro i primi dieci. Manca Novak Djokovic, ma non è una sorpresa: lui insieme alla PTPA è stato il primo a provare a sensibilizzare tutti sul tema. Con pochissimo successo per svariati motivi, uno di questi è che non si è mai andati oltre la figura del serbo.   Il colpo ai broadcaster Il punto non è solo il tempo sottratto ai giornalisti. Il colpo più pesante potrebbe arrivare ai broadcaster, cioè a chi ha pagato cifre enormi per acquistare i diritti del Roland Garros e costruire attorno al torneo contenuti, interviste, clip social, studi dedicati e materiale esclusivo. I giocatori aderenti alla protesta, secondo il piano, non si fermeranno per interviste individuali con i detentori dei diritti, non passeranno nelle postazioni dedicate del media center e non prenderanno parte ad altri shooting o contenuti promozionali organizzati dal torneo o dalle televisioni.  È qui che la protesta diventa molto più moderna di quanto sembri. Una volta il potere contrattuale dei giocatori si misurava quasi soltanto con la minaccia di non giocare, in tal senso il boicottaggio di Wimbledon nel 1973 con il boicottaggio di 81 giocatori, per il caso del compianto Nikola Pilic. Oggi può bastare togliere contenuto. Niente clip personalizzate, niente faccia a faccia, niente backstage, niente materiale da rilanciare sui social. Il prodotto principale, naturalmente, resta intatto: le partite andranno in onda. Ma nell’ecosistema attuale uno Slam non vende più soltanto tennis giocato. Vende accesso, racconto, immagini, presenza, riconoscibilità. Non a caso la tensione arriva dopo mesi di discussioni sulla redistribuzione dei ricavi degli Slam. Il Roland Garros ha annunciato per il 2026 un montepremi complessivo di 61,7 milioni di euro, in crescita del 9,5%, ma i giocatori contestano il fatto che la quota effettiva rispetto ai ricavi del torneo resti sotto il livello rivendicato dal gruppo.  Non solo soldi: una questione di potere La parola chiave, in fondo, non è soltanto prize money: è rappresentanza. I giocatori chiedono più soldi, certo, ma anche più peso nelle decisioni e in tutto ciò che contorna la loro vita da professionisti: calendario, welfare, pensioni, condizioni di lavoro, programmazione, sostenibilità del circuito. Colpire gli Slam significa colpire il vertice economico e simbolico del tennis, ma restano anche entità autonome, spesso percepite dai giocatori come mondi separati rispetto a ATP e WTA. Per questo la lista dei “dissidenti” pesa. Perché mette insieme Sinner e Sabalenka, Gauff e Medvedev, Paolini e Fritz, Swiatek e Zverev. Non è una protesta di nicchia, né una lamentela da spogliatoio. È il tentativo, ancora misurato ma molto visibile, di ricordare agli Slam che senza i giocatori il prodotto perde la propria sostanza. Parigi sarà il primo banco di prova e non con un boicottaggio del campo, come in passato (per fortuna i tempi cambiano…) ma con una sottrazione chirurgica di tutto ciò che sta attorno al campo. E nel tennis contemporaneo, spesso, è proprio lì che si misura il potere o, se volete, si crea scompiglio. Quello che uno sciopero deve provocare. ...

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